Vi offriamo quelli che sono stati i 3 maggiori capolavori e i 3 flop del 2017 che si è appena concluso.

 

Vi offriamo quelli che sono stati i 3 maggiori capolavori e i 3 flop del 2017 che si è appena concluso.  
Il giornalismo cestistico sempre più imbavagliato di Raffaele Baldini

Non sono tanto anziano da aver affiancato i “mostri sacri” del giornalismo sportivo baskettaro (ahimè), non sono troppo giovane per avere un bagaglio di cambiamenti sul fronte della palla a spicchi che inevitabilmente hanno condizionato lo scrivere nel tempo. Se il movimento tecnico/tattico degli ultimi anni si è retto sul monotematico “verbo” del pick and roll, anche il modo di raccontare lo sport più bello del mondo ha limato le puntute penne (o ammorbidito i tasti del pc per essere al passo con i tempi) allineandosi a “logiche di partito”.

La riserva indiana di quelli che “dicono quello che pensano…” è sempre più disabitata, tenuta in vita da addetti ai lavori lontani dalle stanze dei bottoni (il sommo Vate Valerio Bianchini guru incontrastato, ma anche Dan Peterson e Sandro Gamba non scherzano), da “mostri sacri” che hanno  scelto dal primo respiro in culla di vivere da uomini liberi (Sergio Tavcar ndr.), da freelancer per cui la parola “querela” è un apostrofo rosa fra le parole “me ne” e “frego” (Claudio Pea e Carlo Fabbricatore su tutti) e pochissimi professionisti di testate cartacee (il più ardito è Angelo Costa, Walter Fuochi e Oscar Eleni per la vecchia guardia). Perché questa desertificazione intellettuale?

Non lo so e non ho la presunzione di ipotizzarlo ma posso vedere quello che i miei occhi hanno registrato nel tempo: se da un lato i giornalisti e le testate hanno perso il loro peso specifico (anche retaggio di una professione svilita economicamente?), dall’altra società ed allenatori hanno dettato le condizioni (troppe!) per comunicare. Che il giornalista sia un “male necessario” ci può anche stare, ma che si ometta di comprendere che esso non è nient’altro che il tramite con gli appassionati, è delittuoso. Se una volta il giornalista si muniva di tessere di partito per lavorare o riceveva qualche invito a cena da qualche addetto ai lavori, oggi si “iscrive” all’una o all’altra scuderia (sia essa sotto forma di presidente, allenatore o dirigente) per poter avere una continuità di rapporto. L’addetto ai lavori rilascia dichiarazioni a chi è di gradimento, pianifica le tematiche, in alcuni casi modella le domande; qualora il servile scriba non eseguisse il compitino, ecco che scatta la revoca dell’accredito (se va bene), il silenzio a data da destinarsi, la telefonata al direttore di testata e una quereluccia da sventolare sopra la testa.

Non va tanto meglio sui siti internet (oggi il mezzo di comunicazione più incisivo, seppur troppo democratico), illusi di essere in una zona franca ma giornalmente bersaglio di affamati addetti ai lavori. Le ritorsioni, non potendo evitare a monte la polemica, vanno da una telefonata con citazioni bibliche ripetute e un rassicurante “solo perché sei tu telefono... altrimenti”, passando per l’email dell’avvocato di turno che minaccia di toglierti la casa, fino alla querela in “carta e ossa”.

La mia idea è che l’Ordine dei Giornalisti deve riappropriarsi di una dignità professionale, far valere i minimi dettami deontologici ponendo freno a questo “abuso di potere”; altrimenti non ha più nessun senso fare critica, moltiplichiamo gli uffici stampa e buonanotte.

Ah si, io da che parte sto? Dalla parte dei fottuti vigliacchi... quelli che dicono quello che pensano perché non vivono con il giornalismo.

https://www.basketnet.it/giornalismo-cestistico-sempre-piu-imbavagliato-raffaele-baldini/

 

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