Ogni GM sa bene che la rituale scelta delle matricole è un passaggio fondamentale per costruire il futuro della propria franchigia: “pescare” un LeBron James, un Kevin Durant, uno Steph Curry può valerti una polizza per un ciclo vincente, mentre un Pervis Ellison o un Anthony Bennett sono capacissimi di trascinarti nel baratro. Certo, scegliere tra i primissimi aiuta ma il “naso” o la fortuna possono darti una mano a scovare delle gemme preziose anche quando i tuoi colleghi sembrano averti lasciato solo le briciole. In effetti la storia della NBA è piena di buoni o ottimi giocatori, addirittura di All Star snobbati da allenatori, general manager e dirigenti assortiti e nelle prossime righe cercheremo di stilare un elenco dei casi più eclatanti.
In ordine rigorosamente cronologico torniamo indietro di oltre sessant’anni, segnatamente al 1957, ovvero ad uno dei draft più poveri di talento che la NBA abbia mai visto: le squadre all’epoca erano solo 8 e i “giri” di scelta si succedevano uno via l’altro ma oltre a “Hot Rod” Hundley e (soprattutto) Sam Jones, futura leggenda dei Boston Celtics, nessuno dei prospetti che man mano si accasavano avrebbero mai lasciato un segno…o meglio, nessuno tranne Woody Sauldsberry, che i Philadelphia Warriors si accaparrarono all‘OTTAVO giro (sessantesima “pick“). Non fu un fenomeno, è vero, fu un tiratore modestissimo con percentuali risibili specie considerando che si trattava di un lungo, ma fu un atleta molto solido e difensore coriaceo oltre che buon rimbalzista; nominato rookie of the year nel 1958 è in assoluto l’atleta scelto più in basso ad aver raggiunto questa onorificenza; l’anno successivo venne anche convocato per la “Partita delle Stelle”. Concluse la carriera ancor giovane, a 28 anni, dopo sette stagioni. Non male considerando che tra i rookies scelti nel ’57 nessuno tra il secondo e l’ottavo giro giocò più di tre campionati.
Ci videro ancora più lungo i Los Angeles Lakers nel 1966, quando con la pick numero 37 si accaparrarono un piccoletto da Minnesota, centoottantotto centimetri di guardia tiratrice, Archie Clark: questi avrebbe formato, insieme ad Elgin Baylor e Jerry West, un terzetto terribile che portò i Lakers vicinissimi a vincere il titolo nel 1968 non fosse stato per i “soliti” Celtics. Clark giocò per 10 stagioni in NBA segnando quasi 12000 punti (16.3 a partita) e smazzando 3500 assist.
Tre anni dopo, nel 1969, i Milwaukee Bucks ebbero di che festeggiare, e non solo perchè con la prima scelta poterono portarsi a casa il giovane Ferdinand Lewis Alcindor, poi Kareem Abdul Jabbar (mettetelo voi nella classifica dei migliori di tutti i tempi nella posizione che vi pare più opportuna), ma anche perchè alla 45 aggiunsero alla collezione Bob Dandridge, che sarebbe diventato insieme a Jabbar e Oscar Robertson una delle colonne portanti della squadra che vinse il titolo del 1971: numeri alla mano uno dei migliori realizzatori degli anni ’70 con 18.5 punti di media in 13 stagioni, Dandridge venne convocato per quattro All Star Games contribuendo anche da protagonista ad un altro successo, quello dei Bullets nel 1978 insieme a due leggende come Wes Unseld ed Elvin Hayes.
Un altro salto fino al 1976 e scopriamo come Dennis Johnson salvò il draft dei Seattle Supersonics, altrimenti deprimente: dopo aver scelto l’onesto e nulla più Bob Wilkerson alla 8 e il desaparecido Bayard Forrest alla 19, con la 29 i Sonics selezionarono “DJ”, uno dei grandi degli anni 80, quelli che rilanciarono la NBA dopo la crisi del decennio precedente: giocatore intelligentissimo, difensore feroce ma anche “clutch player”, fece la fortuna prima di Seattle, che contribuì a portare al titolo nel 1978 con tanto di nomina ad MVP delle finals, poi dei Boston Celtics, con i quali vinse altri due anelli. Nella sua lunga carriera fu quattro volte All Star, sei volte incluso nel miglior quintetto difensivo e una volta nel miglior quintetto NBA. La sua canotta numero 3 è ben visibile sul tetto del Garden insieme a quelle di Bill Russell, Larry Bird, John Havlicek e molte altre.
Terminiamo gli anni ’70 con due “colpi”, rispettivamente dei Sixers e dei Cavs, ovvero Maurice Cheeks e Bill Laimbeer: il primo venne scelto alla 36 durante il draft del 1978 e fu veramente un colpo da maestro perchè Philadelphia non aveva “picks” al primo giro e grazie a quella presa riuscì a portare a casa un difensore roccioso che sarebbe diventato All Star (quattro volte) e, grazie alla straordinaria facilità nel fornire assist, ideale complemento di “Dr. J” Julius Erving in una squadra fortissima, capace di raggiungere tre finali NBA vincendone una. Con Laimbeer i Cavs furono addiritura magistrali perchè nel 1979 lo scelsero alla 65 mandandolo in Italia a farsi le ossa per una stagione, salvo farlo rientrare l’anno successivo; fecero però l’errore di scambiarlo quasi subito (nel febbraio dell’82) ed è così che Bill deve la sua fama ai trascorsi nei “Bad Boys” di Detroit, osannato dai fans ed odiato dai tifosi avversari per la durezza che spesso sfociava nella cattiveria o in qualcosa di molto simile…ma non fu solo un “duro”, fu eccellente rimbalzista e uno dei primi centri a tirare con efficacia da tre punti grazie ad una mano assai morbida che gli permise tra l’altro di finire la carriera con una media ai liberi molto vicina all’ 84%. Non aveva elevazione ne’ piedi veloci, ma riuscì a sopperire con l’intelligenza e l’aggressività. Vinse due anelli nel 1989 e nel 1990 e, come Cheeks, fu quattro volte All Star.
E veniamo adesso al 1986 quando i Pacers scelsero Greg Dreiling alla 26…se non sapete chi è Greg Dreiling non preoccupatevi troppo, era solo per ricordare ad Indiana che alla 27 i Detroit Pistons (di nuovo loro) misero le mani su quello che probabilmente è il miglior rimbalzista del basket moderno, oltre che attore, wrestler ed amico di Kim Jong-un: cinque partite con oltre 30 rimbalzi, sette volte nel primo quintetto difensivo, cinque titoli NBA, due a Detroit e tre con i Bulls a far da guardaspalle a Michael Jordan: stiamo parlando del “verme”, Dennis Rodman, per buona pace dei Pacers e di Greg Dreiling.
Anche tra gli atleti in attività ci sono esempi di lungimiranza da parte dei vari GM (o di miopia, a seconda del lato da dove si guarda): Manu Ginobili, che giocava in Italia, a Reggio Calabria, fu pescato dagli Spurs che ne intuirono l’enorme potenziale; i texani investirono la scelta numero 57 del 1999 sul ragazzo di Bahia Blanca e lo lasciarono maturare ancora per un triennio nello “stivale” salvo richiamarlo nel 2002 e farne una delle colonne della squadra, protagonista dei quattro titoli vinti tra il 2003 e il 2014 e di una serie infinita di piazzamenti ai playoffs…e potremmo proseguire a lungo, parlando di Paul Millsap, scelto con la pick numero 47 nel 2006, oppure Marc Gasol alla 48 l’anno successivo, Goran Dragic (45, 2008), Isaiah Thomas (60, 2011) o ancora Draymond Green, “ministro della difesa” dei Golden State Warriors attuali, irrinunciabile tassello in una delle squadre più forti di tutti i tempi, che ha dovuto ascoltare i nomi di 34 colleghi prima di trovar casa nel 2012. Tutti All Star, tutti scelti dopo una miriade di carneadi che non avrebbero avuto un futuro nel basket professionistico americano, a conferma del fatto che il draft è scienza in gran parte inesatta…